L’origine del Giardino Incantato – Parte prima. Ormai conoscete la mia routine: il bipede mi mette il guinzaglio, dice “passeggiata rilassante” e poi pretende che io cammini al suo ritmo. Io, la più elegante del quartiere. Mah. Quella mattina però l’aria aveva un profumo diverso… intenso. Tipo quando Maurizio taglia l’erba e poi finge che sia stata una folata di vento a fare casino. Io annuso, lui nega. Classico. Stavamo passando nel giardino — lui lo chiama RossoBranco, io “il giardino incantato”, perché ho gusto — quando ho sentito un richiamo nella pancia. Non una voce, proprio quel tipo di sensazione che hai quando qualcuno affetta il prosciutto. Ho tirato il guinzaglio. Ancora. Tac. Mi è scivolato. Libera. Maurizio ha urlato “Zafiraaa fermatiii!”. A volte dimentica di essere un bipede e non un supereroe del bosco. Mi sono infilata tra le siepi. E lì… il mondo ha cambiato ritmo. Le foglie tremavano, ma non per il vento: si muovevano loro. Ho pensato: “Ecco, avevo ragione ad aver paura delle foglie che mi guardano”. Poi una voce, vera, calma, antica: «Ciao Zafira. Il tuo bipede ti chiama sempre così.» Mi sono immobilizzata come quando sento aprire il frigo ma sono troppo lontana per intervenire. “Ma… sei tu a parlare?” ho pensato. Telepaticamente, ovvio: sono un cane con stile. «Sì. E posso farlo solo ora.» “Perché solo ora? Chi sei?” Le foglie davanti a me si aprirono creando un piccolo corridoio verde. Da lì emerse un tronco enorme, nodoso, maestoso. Un albero che non era un semplice albero. «Perché ora non sei con uno di loro. Quelli che hanno distrutto il nostro mondo magico.» Il mio cuore ha fatto un salto. «Io sono Storia. L’albero Pino. Il custode del Giardino Incantato.» Per un attimo sono rimasta zitta. Zitta sul serio, eh, non come quando fingo di ascoltare Maurizio e in realtà sto pensando ai croccantini. Non sapevo se scodinzolare (mentalmente, visto che la coda me l’hanno tolta), scappare o chiedergli se per caso avesse un po’ di prosciutto magico. «Non devi aver paura, Zafira» disse l’albero Pino. Facile a dirsi, pensai. Sei un tronco gigantesco che parla. Almeno avvisa. «Ti ho chiamata perché il Giardino ti ha riconosciuta. E ora… ha bisogno di te.» Io? Io, che ancora non capisco perché le foglie mi fissino? Beh, la giornata si stava facendo interessante. Fine Prima parte.