Alabai: il cane che non aspetta il tuo permesso per pensare

Ci sono cani che aspettano un comando. Altri che cercano di anticiparlo. E poi c'è l'Alabai, che prima di decidere cosa fare potrebbe voler sapere perché dovrebbe farlo. Un gigante antico, indipendente e sorprendentemente sofisticato, nato in un mondo nel quale sbagliare valutazione poteva costare molto caro.

Un cane nato dove il mondo non era particolarmente gentile

Immaginate una distesa immensa di terra, montagne lontane, pascoli che sembrano non finire mai e temperature capaci di passare dal caldo soffocante al gelo più severo.

Adesso aggiungete un gregge, qualche pastore e la concreta possibilità che, durante la notte, arrivino dei predatori.

Non c'è una recinzione elettrificata. Non c'è una telecamera collegata allo smartphone. E soprattutto non c'è qualcuno che possa intervenire in pochi secondi.

C'è il cane.

Ed è in questo scenario che dobbiamo cominciare a conoscere l'Alabai, comunemente identificato con il Cane da Pastore dell'Asia Centrale.

Una razza dalle origini antichissime, sviluppatasi attraverso secoli di selezione nelle vaste regioni dell'Asia Centrale, tra territori che oggi comprendono Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Tagikistan e aree circostanti.

Più che il risultato di un progetto di allevamento moderno, è il prodotto di un lungo adattamento a condizioni ambientali e lavorative particolarmente impegnative.

L'Alabai doveva resistere, osservare, valutare e, quando necessario, intervenire.

Soprattutto, doveva essere capace di farlo anche senza che un essere umano gli dicesse esattamente cosa fare.

Ed è proprio questa caratteristica a renderlo affascinante. E, per certi proprietari, terribilmente complicato.

Un gigante che non è stato costruito per impressionare

L'Alabai è un cane di grande taglia, dalla struttura robusta, con ossatura importante, muscolatura sviluppata e una notevole solidità generale.

Lo standard FCI del Cane da Pastore dell'Asia Centrale prevede un'altezza minima di 70 centimetri al garrese per i maschi e 65 per le femmine, con pesi minimi rispettivamente di 50 e 40 chilogrammi.

Molti soggetti superano abbondantemente queste misure.

Il mantello può presentarsi in diversi colori e lunghezze, con un sottopelo che contribuisce alla protezione dalle condizioni climatiche difficili.

È un cane che trasmette potenza anche quando è completamente immobile.

Ma sarebbe un errore interpretare la sua mole come il risultato di una selezione finalizzata semplicemente alla forza.

L'Alabai appartiene alla tradizione dei cani da guardiania del bestiame. Non è stato selezionato principalmente per radunare le pecore, come accade per molte razze da conduzione, ma per proteggerle.

La differenza è enorme.

Un Border Collie deve collaborare costantemente con il pastore per spostare il gregge.

Un cane da guardiania deve poter rimanere con gli animali e prendere decisioni anche quando il pastore non è presente.

Sono due modi molto diversi di lavorare.

E inevitabilmente producono due modi molto diversi di rapportarsi all'essere umano.

L'indipendenza non è disobbedienza. Almeno non sempre.

Chi lavora nei centri cinofili conosce bene una scena piuttosto comune.

Il proprietario chiede al cane di sedersi.

Il cane lo guarda.

Il proprietario ripete il comando.

Il cane continua a guardarlo.

Alla terza richiesta, il proprietario conclude: «È testardo».

Con un Alabai la situazione potrebbe essere ancora più interessante.

Il cane potrebbe aver compreso perfettamente la richiesta, ma non avere una particolare motivazione a eseguirla in quel momento.

Non significa che stia elaborando una complessa teoria filosofica sulla libertà individuale. Significa che la sua storia selettiva non ha privilegiato la stessa disponibilità all'esecuzione immediata che troviamo in altre razze.

L'Alabai non è stato selezionato per aspettare istruzioni su ogni decisione. È stato selezionato per saperne prendere alcune da solo.

Questo non lo rende impossibile da educare.

Rende però fondamentale il modo in cui lo si educa.

Con un cane simile, limitarsi a ripetere ordini aumentando progressivamente il volume della voce può diventare un esercizio piuttosto frustrante.

Soprattutto per il proprietario.

Il cane, nel frattempo, potrebbe essere occupato a osservare qualcosa che considera decisamente più importante.

Il guardiano che prende sul serio il proprio lavoro

Uno degli aspetti centrali della razza è la predisposizione alla protezione.

Ma dobbiamo intenderci su cosa significhi davvero.

Un Alabai non è semplicemente un cane che abbaia quando qualcuno si avvicina al cancello.

È un animale la cui storia è profondamente legata alla difesa di un gruppo sociale, di un territorio e di risorse importanti.

Questo può tradursi in vigilanza, riservatezza verso gli estranei, territorialità e capacità di reagire a situazioni percepite come minacciose.

Naturalmente, le caratteristiche individuali possono variare moltissimo.

Il punto interessante, dal punto di vista educativo, è un altro.

Per un cane da guardiania, la valutazione delle situazioni ha storicamente avuto un valore fondamentale.

Se un predatore si avvicinava al gregge, il cane non poteva telefonare al pastore per chiedere conferma.

Doveva decidere.

Ma oggi quel cane potrebbe vivere in una casa con un giardino, accanto a una strada frequentata da bambini, ciclisti, corrieri e vicini di casa.

Ed ecco il problema.

Il mondo moderno produce continuamente situazioni che un cane predisposto alla vigilanza potrebbe interpretare come rilevanti.

Il postino non è un lupo.

Il fattorino non sta tentando di sottrarre una pecora.

E il vicino che passa davanti al cancello per la quarta volta non sta necessariamente organizzando un'invasione.

Il lavoro educativo consiste nell'aiutare il cane a distinguere ciò che richiede un intervento da ciò che fa semplicemente parte della vita quotidiana.

Non è un obiettivo banale.

Ed è molto più importante di insegnargli a dare la zampa.

Socializzare un Alabai non significa trasformarlo in un animatore turistico

La socializzazione è uno degli argomenti più fraintesi dell'educazione cinofila.

Spesso viene interpretata come l'obbligo di far incontrare al cucciolo il maggior numero possibile di persone e cani.

Ma socializzare non significa necessariamente interagire.

Significa imparare a conoscere il mondo e a viverci senza sentirsi continuamente minacciati o sopraffatti.

Per un Alabai questo concetto è particolarmente importante.

Non dobbiamo pretendere che ami gli sconosciuti.

Non dobbiamo aspettarci che desideri giocare con qualsiasi cane.

E non dobbiamo considerare un fallimento il fatto che preferisca mantenere una certa distanza.

Dobbiamo invece aiutarlo a sviluppare competenze che gli consentano di affrontare serenamente situazioni differenti.

Un Alabai che osserva un estraneo senza reagire, che accetta la presenza di altri cani senza cercare un confronto e che sa allontanarsi da una situazione poco gradita sta mostrando capacità preziose.

E queste capacità vanno coltivate.

La socializzazione deve essere graduale, positiva, rispettosa delle distanze e delle caratteristiche individuali.

Forzare un cane diffidente a subire contatti indesiderati non lo rende necessariamente più socievole.

Potrebbe semplicemente insegnargli che, quando cerca di comunicare il proprio disagio, nessuno lo ascolta.

E con un cane di questa mole non è un insegnamento particolarmente intelligente.

La questione della dominanza: una vecchia storia che sarebbe ora di archiviare

Quando si parla di cani grandi, indipendenti e predisposti alla guardia, prima o poi compare qualcuno che pronuncia la frase:

«Devi fargli capire chi comanda».

Generalmente segue un consiglio che prevede qualche forma di imposizione fisica.

Con un Alabai è una strada che può diventare particolarmente pericolosa.

Non perché il cane abbia un misterioso desiderio di conquistare il controllo della famiglia, ma perché il conflitto fisico con un animale così potente può produrre conseguenze serie.

Inoltre, interpretare ogni comportamento indesiderato come una sfida gerarchica impedisce di comprenderne le vere motivazioni.

Un cane può rifiutarsi di avvicinarsi perché ha paura.

Può opporsi a una manipolazione perché prova dolore.

Può difendere una risorsa perché teme di perderla.

Può ignorare una richiesta perché non l'ha generalizzata in quel contesto o perché non ha imparato che collaborare è vantaggioso.

Ridurre tutto a una lotta per il comando è una spiegazione comoda.

Ma spesso sbagliata.

Con l'Alabai servono regole chiare, coerenza, capacità di prevenire i problemi, rinforzo dei comportamenti desiderati e una relazione costruita sulla fiducia.

Il proprietario deve essere una figura affidabile, non un avversario da affrontare.

E soprattutto deve essere capace di gestire il cane senza dover ricorrere alla forza.

Perché, quando il cane pesa settanta chili, scoprire chi sia fisicamente più forte potrebbe essere un esperimento dal risultato poco piacevole.

Il cucciolo che sembra un orsacchiotto. E il problema dell'orsacchiotto.

I cuccioli di Alabai hanno un aspetto che potrebbe compromettere il giudizio anche della persona più razionale.

Sono grandi, morbidi, goffi, con zampe sproporzionate e un'espressione che sembra chiedere soltanto coccole.

Il problema è che quell'orsacchiotto diventerà un cane enorme.

E che alcuni comportamenti tollerati durante i primi mesi possono diventare molto difficili da gestire in età adulta.

Pensiamo alla difesa del cibo, al controllo degli accessi, alla gestione degli ospiti, alla manipolazione veterinaria o alla conduzione al guinzaglio.

Un cucciolo che si irrigidisce quando qualcuno si avvicina alla ciotola non dovrebbe essere provocato ripetutamente per dimostrargli che il proprietario può portargliela via.

Dovrebbe essere aiutato a sviluppare fiducia e serenità nella presenza delle persone vicino alle proprie risorse.

Allo stesso modo, un giovane Alabai che si lancia verso il cancello abbaiando non dovrebbe essere incoraggiato perché «fa già la guardia».

Potrebbe essere l'inizio di un comportamento che, una volta consolidato, sarà molto più difficile modificare.

C'è poi un altro elemento importante: la maturazione.

I cani di grande taglia possono attraversare uno sviluppo fisico e comportamentale relativamente lungo.

Il cucciolone socievole e tollerante potrebbe mostrare una maggiore selettività con la maturità sociale.

Per questo l'educazione non si conclude quando il cane impara seduto, terra e resta.

È un percorso che accompagna la crescita e si adatta ai cambiamenti dell'individuo.

Un cane che ragiona con il naso, anche se nessuno glielo ha detto

Quando pensiamo all'Alabai immaginiamo quasi sempre un cane fermo su una collina, intento a scrutare l'orizzonte.

Raramente lo immaginiamo impegnato a cercare un piccolo oggetto nascosto tra l'erba.

Eppure, anche questo gigante possiede un sistema olfattivo straordinario.

Come tutti i cani, utilizza gli odori per raccogliere informazioni, esplorare l'ambiente e interpretare ciò che lo circonda.

A Rossobranco, dove le attività olfattive rappresentano una parte importante del nostro lavoro, è proprio questo il genere di possibilità che ci piace esplorare.

Non per trasformare ogni cane in un atleta da competizione.

Ma per offrire esperienze che gli permettano di utilizzare le proprie capacità naturali.

Un'attività di ricerca olfattiva ben progettata può favorire concentrazione, esplorazione, autonomia e collaborazione con il conduttore.

E con un cane indipendente come l'Alabai può diventare anche un'occasione educativa interessante.

Il proprietario deve imparare a osservare.

Il cane deve imparare che lavorare insieme può essere vantaggioso.

Naturalmente, non tutti gli Alabai troveranno motivante lo stesso esercizio. Bisogna scegliere attività adatte all'individuo, senza pretendere velocità o modalità di lavoro tipiche di razze selezionate per compiti differenti.

Ma è proprio questa la parte bella dell'educazione cinofila.

Non chiedere a tutti i cani di fare le stesse cose.

Scoprire cosa possono insegnarci quando permettiamo loro di esprimersi.

Con gli altri cani: la convivenza non si improvvisa

L'Alabai è spesso descritto come un cane sicuro di sé e poco incline a tollerare provocazioni.

Questa descrizione, però, non deve trasformarsi in una sentenza sul comportamento di ogni individuo.

Esistono soggetti capaci di convivere serenamente con altri cani, soprattutto quando cresciuti in contesti appropriati.

Esistono anche individui fortemente selettivi o poco tolleranti verso conspecifici sconosciuti, specialmente con la maturità.

In entrambi i casi, la gestione è fondamentale.

Gli incontri devono essere valutati considerando il linguaggio corporeo, le distanze, il contesto e le caratteristiche dei singoli cani.

Un'area di sgambamento piena di sconosciuti non è necessariamente il luogo ideale nel quale verificare quanto sia socievole un Alabai.

E l'idea di lasciare che «se la vedano tra loro» è particolarmente discutibile quando uno dei partecipanti possiede una forza fisica tanto importante.

Un cane equilibrato non è quello che riesce a imporsi sugli altri.

È quello che possiede strumenti comportamentali sufficienti per evitare conflitti inutili.

E un proprietario competente non è quello che sa separare due cani durante una rissa.

È quello che ha imparato a riconoscere le situazioni nelle quali è meglio non arrivarci.

Il giardino non è una soluzione magica

Una delle convinzioni più diffuse è che un cane grande abbia semplicemente bisogno di tanto spazio.

L'Alabai, naturalmente, può beneficiare di ambienti ampi e ben organizzati.

Ma c'è una differenza enorme tra avere spazio e vivere bene.

Un cane lasciato perennemente in giardino può sviluppare comportamenti di vigilanza eccessiva, reattività verso ciò che accade oltre la recinzione e una progressiva difficoltà a gestire le intrusioni nel proprio territorio.

Più spazio non significa automaticamente più benessere.

E, paradossalmente, un grande terreno può diventare un problema se il cane si convince di doverne controllare ogni metro quadrato.

La gestione degli accessi, la sicurezza delle recinzioni, la possibilità di riposare in luoghi tranquilli e la qualità delle interazioni quotidiane sono elementi fondamentali.

Con un Alabai, inoltre, è particolarmente importante evitare che la protezione della proprietà diventi un'attività esercitata senza alcuna supervisione o controllo.

Il cane deve poter vivere il proprio ambiente senza essere continuamente chiamato a svolgere il ruolo di responsabile della sicurezza.

Anche perché non ha firmato un contratto.

E probabilmente non avrebbe accettato i turni notturni senza discuterne.

Un gigante da conoscere anche dal punto di vista sanitario

L'Alabai è una razza generalmente robusta, ma questo non significa che sia immune da problemi di salute.

La grande mole richiede attenzione alla crescita, al peso corporeo e all'apparato locomotore.

La displasia dell'anca e del gomito è tra le condizioni da considerare, così come altre problematiche ortopediche che possono interessare i cani di taglia grande.

È importante anche conoscere il rischio di dilatazione-torsione gastrica, un'emergenza veterinaria potenzialmente fatale.

Durante la crescita bisogna evitare sovraccarichi e attività ripetitive eccessivamente impegnative, prestando attenzione all'alimentazione e alla condizione fisica.

Il mantello, pur offrendo protezione dalle intemperie, richiede una gestione adeguata, soprattutto durante la muta.

E naturalmente occorre considerare le condizioni climatiche.

Un cane selezionato per affrontare ambienti difficili non è automaticamente immune dal caldo estivo della pianura padana.

Anzi, nei mesi più caldi bisogna garantire ombra, acqua fresca, ambienti ventilati e la possibilità di evitare sforzi nelle ore più calde.

La robustezza è una caratteristica.

Non un'assicurazione contro qualsiasi problema.

È davvero un cane per pochi?

Probabilmente sì.

Ma non nel senso romantico con cui talvolta questa frase viene utilizzata.

Non è un cane riservato a persone particolarmente dure, autoritarie o desiderose di dimostrare qualcosa.

È un cane che richiede competenze, tempo, responsabilità e una gestione attenta.

La sua indipendenza può risultare frustrante per chi desidera un compagno sempre pronto a eseguire richieste.

La sua predisposizione alla vigilanza può complicare la vita di chi riceve continuamente ospiti.

La sua forza fisica può trasformare un errore gestionale in un problema serio.

E la sua possibile selettività sociale richiede capacità di osservazione e prevenzione.

D'altra parte, per una persona preparata, capace di rispettarne le caratteristiche e di costruire una relazione equilibrata, l'Alabai può essere un compagno straordinario.

Non perché sia semplice.

Ma perché offre una forma di relazione nella quale la fiducia, la prevedibilità e il rispetto reciproco assumono un'importanza enorme.

Non è un cane da scegliere per la sua imponenza.

È un cane da scegliere soltanto dopo aver compreso cosa significhi convivere con la sua storia.

Il cane che ci ricorda che non siamo sempre indispensabili

C'è una cosa che trovo particolarmente interessante nei cani da guardiania.

Per secoli abbiamo selezionato animali capaci di lavorare senza la nostra presenza costante.

Abbiamo premiato la loro autonomia, la capacità di osservare, di valutare e di prendere decisioni.

Poi li abbiamo portati nelle nostre case e, qualche volta, abbiamo cominciato a pretendere che aspettassero un nostro comando per qualsiasi cosa.

È una contraddizione curiosa.

L'Alabai ce la mette davanti con tutta la sua imponente presenza.

Non è un cane che dobbiamo lasciare libero di decidere tutto. Sarebbe irresponsabile, soprattutto nella società in cui viviamo.

Ma non è nemmeno un animale del quale dovremmo cercare di cancellare l'indipendenza.

Il compito dell'educatore è costruire un ponte tra queste due esigenze.

Aiutare il cane a comprendere il nostro mondo, insegnargli a gestire situazioni che non appartengono alla sua storia e offrirgli occasioni per esprimere le proprie competenze senza creare pericoli.

Significa educare senza annullare.

Guidare senza entrare continuamente in conflitto.

E imparare a distinguere la collaborazione dalla semplice esecuzione.

Perché, in fondo, la qualità della relazione con un cane non si misura soltanto da quante cose riusciamo a fargli fare. Ma anche da quante cose riusciamo a comprendere di lui.

E quando quel cane è un Alabai, abbiamo davanti parecchio da comprendere.

Anche perché, se dovessimo chiedergli un'opinione, probabilmente avrebbe qualcosa da dire anche sul nostro comportamento.

In Rossobranco crediamo che conoscere una razza significhi prima di tutto comprenderne la storia, le predisposizioni e le esigenze. Ma nessuna descrizione può sostituire l'osservazione del singolo individuo. Perché ogni cane è molto più della razza a cui appartiene. E i cani, quando impariamo ad ascoltarli, sono sempre i veri maestri.