A guardarla da fuori, l’Obedience può sembrare semplice.
Un cane cammina accanto al proprio umano. Si ferma. Si siede. Rimane in posizione. Viene richiamato. Recupera un oggetto. Esegue un esercizio dopo l’altro.
Dopotutto, molte di queste cose le insegniamo anche in un normale percorso di educazione.
Poi però si osserva davvero un binomio che pratica Obedience e ci si accorge che sta succedendo qualcosa di molto più interessante.
Perché il punto non è che cosa fa il cane.
Il punto è come lo fa insieme al suo umano.
Non è obbedire. È comunicare con precisione
Il nome della disciplina può trarre in inganno.
L’Obedience non è una gara a chi ha il cane più “ubbidiente”, né una dimostrazione di controllo assoluto sull’animale.
È una disciplina sportiva nella quale cane e conduttore affrontano una serie di esercizi regolamentati, progressivamente più complessi, nei quali contano precisione, velocità, concentrazione e qualità dell’esecuzione.
Ma soprattutto conta qualcosa che è molto più difficile da misurare: la qualità della comunicazione fra i due.
Un'indicazione dell’umano deve diventare comprensibile per il cane.
Un movimento di pochi centimetri può fare la differenza.
Un tempo sbagliato può cambiare completamente un esercizio.
E più aumenta il livello, meno c’è spazio per affidarsi al caso.
Seduto, terra e resta sono solo l’inizio
Uno degli aspetti più affascinanti dell’Obedience è proprio questo: parte da competenze apparentemente comuni e le porta molto lontano.
La condotta diventa estremamente precisa.
Il richiamo può terminare in una posizione esatta.
Il cane può essere inviato a distanza, fermato, indirizzato verso un punto o chiamato a discriminare e riportare un determinato oggetto.
Deve lavorare mentre intorno accadono altre cose e imparare a mantenere attenzione e lucidità.
Progressivamente gli esercizi richiedono sempre più autonomia, comprensione e capacità di rispondere correttamente anche a distanza dal conduttore.
Ed è qui che l’Obedience comincia a diventare davvero interessante.
Perché non basta insegnare tanti esercizi.
Bisogna costruire un linguaggio comune.
La precisione senza entusiasmo serve a poco
C’è però un equivoco ancora più grande.
Guardando una disciplina così precisa si potrebbe pensare a un lavoro rigido, quasi militare.
Un buon percorso di Obedience dovrebbe produrre esattamente l’effetto contrario.
Il cane deve avere voglia di esserci.
Deve entrare nel lavoro con attenzione, aspettativa e partecipazione. La precisione viene costruita senza perdere motivazione, perché un esercizio tecnicamente corretto eseguito da un cane spento racconta ben poco di un buon lavoro di squadra.
Ed è forse questa una delle sfide più belle della disciplina:
ottenere precisione senza spegnere iniziativa ed entusiasmo.
Costruire autocontrollo senza trasformarlo in immobilità.
Chiedere concentrazione mantenendo il piacere di lavorare.
Uno sport che mette sotto la lente anche l’umano
C’è un'altra caratteristica dell’Obedience che ci piace particolarmente.
È molto facile pensare che, quando qualcosa non funziona, sia il cane ad aver sbagliato.
Poi si comincia a lavorare seriamente e il quadro cambia.
Forse il segnale non era abbastanza chiaro.
Forse il premio è arrivato nel momento sbagliato.
Forse abbiamo cambiato postura senza accorgercene.
Forse abbiamo chiesto troppo, troppo presto.
O magari il cane ha fatto esattamente ciò che gli avevamo insegnato, che non era esattamente ciò che pensavamo di avergli insegnato.
L’Obedience ha questa capacità quasi impietosa di mettere sotto una lente la comunicazione del binomio.
E proprio per questo può diventare una straordinaria scuola anche per chi sta dall’altra parte del guinzaglio.
Bisogna voler gareggiare?
No.
Come accade con molte discipline cinofile, la competizione è una possibilità, non necessariamente il punto di arrivo.
Si può praticare Obedience con un percorso sportivo e prepararsi alle prove ufficiali, lavorando sulla precisione richiesta dai diversi livelli.
Ma si può anche scoprire la disciplina per il piacere di costruire nuove competenze insieme al proprio cane.
In entrambi i casi rimane qualcosa di prezioso: imparare a osservare meglio, comunicare con maggiore precisione e costruire esercizi complessi un piccolo pezzo alla volta.
E spesso proprio quel piccolo pezzo è la parte più interessante.
Quando un esercizio diventa una conversazione
A Rossobranco ci interessano le discipline quando riescono ad andare oltre l’esercizio stesso.
Un “terra” è soltanto un terra.
Una condotta è soltanto una condotta.
Un riporto è soltanto un riporto.
Finché non diventano occasioni nelle quali cane e umano devono osservarsi, capirsi, correggersi e trovare insieme una soluzione.
È lì che cambia tutto.
L’Obedience porta questo concetto quasi all’estremo: trasforma piccoli gesti in un linguaggio estremamente raffinato e chiede al binomio di utilizzarlo con precisione, anche quando distanza e difficoltà aumentano.
Forse è proprio per questo che può essere così bella da vedere.
Non perché un cane esegue perfettamente quello che gli viene chiesto.
Ma perché, quando il lavoro è costruito bene, per qualche minuto sembra quasi che due specie diverse abbiano trovato il modo di parlare la stessa lingua.
E quella, molto più dell’obbedienza, è la parte interessante.

