Appendice 2 – I giochi di Red

Questo estratto è preso dal libro "Il cane che pensa con il naso", il nostro manuale di detection in vendita su Amazon.

Come è nato tutto

Molti dei concetti raccontati in questo libro non sono nati durante un corso, né studiando un manuale.

Sono nati molto prima.

Sul pavimento di casa, in giardino, nei boschi, nei corridoi, dietro una porta socchiusa.

Sono nati giocando con Red.

Red è un Pastore Australiano dall'energia inesauribile. Un cane capace di trasformare qualsiasi cosa in un'occasione per imparare, esplorare o divertirsi. Ancora oggi credo che gran parte del metodo che hai appena letto esista perché lui aveva una curiosità fuori dal comune e una straordinaria voglia di collaborare.

Quando arrivò nella mia vita non avevo ancora un metodo.

Avevo soltanto una domanda.

Come funziona davvero il naso di un cane?

Così iniziammo a giocare.

Due o tre ricerche alla volta. Pochi minuti. Alcuni giorni sì, altri no. Senza alcuna fretta e senza immaginare che quei piccoli esperimenti sarebbero diventati, molti anni dopo, la base di un metodo di insegnamento.

Ogni volta cambiavo qualcosa.

Mai troppo.

Solo un piccolo dettaglio.

Fu osservando le sue reazioni che iniziai a capire una delle regole più importanti che ancora oggi guida tutto il mio modo di insegnare la detection.

La difficoltà non cresce costruendo nascondigli sempre più impossibili.

La difficoltà cresce modificando una sola variabile alla volta.

Ogni ricerca è composta da decine di elementi diversi: il tipo di oggetto, il suo odore, il nascondiglio, la distanza, l'ambiente, il vento, il tempo trascorso, le distrazioni, il percorso che il cane deve affrontare e perfino il comportamento dell'istruttore.

Cambiarne una soltanto permette al cane di imparare davvero.

Cambiarne molte insieme significa spesso metterlo nella condizione di indovinare.

Questa appendice non è quindi una raccolta di esercizi da seguire alla lettera.

È il diario di quei giochi.

Sono gli esperimenti che, un giorno dopo l'altro, hanno costruito il metodo che hai appena letto.

Red

Per molto tempo mi accompagnò un dubbio.

Le cose che riuscivamo a fare erano possibili perché Red era un cane speciale oppure qualsiasi cane avrebbe potuto impararle?

All'epoca non avevo una risposta.

Oggi sì.

Dopo migliaia di ore di lavoro con cani di ogni razza, età e carattere, posso dire con convinzione che tutti i cani possono imparare a usare il proprio naso e che tutti meritano di farlo.

Ma questo non significa che Red non fosse speciale.

Lo era.

Chi lo ha conosciuto lo sa bene.

La sua memoria, la sua capacità di osservare, la voglia inesauribile di collaborare e quella curiosità che sembrava non avere limiti mi hanno permesso di sperimentare molto più di quanto probabilmente avrei potuto fare con un altro cane.

Oggi credo che ogni cane abbia qualcosa di unico da insegnare.

Red mi ha insegnato il linguaggio della ricerca.

Altri cani mi hanno insegnato come renderlo accessibile a tutti.

Giorno 1 – Mettere il naso sull'oggetto

Il primo gioco era quasi banale.

Facevo sedere Red oppure lo lasciavo fermo accanto a me. Se il cane non è ancora in grado di aspettare, un aiutante può semplicemente trattenerlo con il collare o con il guinzaglio.

Prendevo un oggetto qualsiasi e glielo presentavo.

Una bustina di tè, un tappo di sughero, un guanto, una pallina, un piccolo pezzo di stoffa.

Aspettavo soltanto che lo annusasse con interesse.

Nel momento stesso in cui il naso toccava l'oggetto arrivava il premio.

Nient'altro.

Lo scopo non era cercare.

Era dare valore a quel comportamento.

Ricordo ancora una sera in salotto. Avevo appoggiato una bustina di tè sul pavimento e mi aspettavo un'annusata veloce. Red rimase invece qualche secondo immobile, continuando ad analizzarla con una concentrazione che non avevo mai visto. In quel momento capii che il suo naso stava raccogliendo molte più informazioni di quante io potessi immaginare.

Giorno 2 – Il primo "cerca"

Quando mettere il naso sull'oggetto diventò naturale, smisi di premiare immediatamente.

Gli mostravo l'oggetto, gli permettevo di annusarlo e poi lo lanciavo a circa un metro di distanza, ben visibile.

Solo allora pronunciavo il comando "Cerca".

Quel comando diventava il permesso di rompere l'attesa e raggiungere l'oggetto.

Non cercavo precisione.

Non cercavo autonomia.

Se serviva lo accompagnavo, indicavo, mi avvicinavo e lo aiutavo.

Con il tempo capii che molti istruttori hanno paura di aiutare il cane perché pensano di facilitargli il compito.

Io scoprii esattamente il contrario.

Ogni volta che accompagnavo Red verso il successo stavo costruendo qualcosa di molto più importante della singola ricerca.

Stavo costruendo fiducia.

Giorno 3 – Un po' più lontano

La ricerca rimaneva identica.

Cambiava soltanto una cosa.

L'oggetto cadeva qualche metro più lontano.

Sempre visibile.

Sempre semplice.

Quando quella distanza non rappresentava più una difficoltà, la aumentavo ancora.

Una mattina, in giardino, mi accorsi che Red non stava più correndo verso l'oggetto perché lo vedeva.

Stava iniziando a cercarlo con il naso.

Era un cambiamento minuscolo.

Ma era l'inizio di tutto.

Giorno 4 – Dietro l'angolo

Per la prima volta Red non vide più dove cadeva l'oggetto.

Lo lasciai appena dietro una porta.

Poi dietro una sedia.

Poi dietro un angolo del corridoio.

Di fatto nacque lì la prima vera ricerca.

Da quel momento la vista non bastava più.

L'odore diventava l'unica informazione davvero affidabile.

Quando qualcosa diventava difficile

Naturalmente non andava sempre tutto bene.

Anzi.

Più di una volta pensai di aver aumentato la difficoltà solo di poco e invece mi resi conto di aver chiesto troppo.

Me ne accorgevo dal suo modo di muoversi.

Dalle esitazioni.

Da quello sguardo che sembrava chiedermi se fosse davvero sulla strada giusta.

All'inizio l'errore mi infastidiva.

Poi capii che l'errore non era aver costruito un esercizio troppo difficile.

L'errore sarebbe stato fermarsi lì.

Così imparai a trasformare ogni difficoltà in un'occasione di apprendimento.

Mi avvicinavo.

Lo aiutavo.

Semplificavo qualcosa.

Costruivo un piccolo successo.

Ogni ricerca doveva finire bene.

Sempre.

Non volevo insegnargli ad arrendersi davanti a un problema.

Volevo insegnargli che, anche quando il problema sembrava troppo difficile, insieme avremmo trovato una soluzione.

Da quel momento in poi

Da quel giorno i giochi non finirono più.

Cambiarono.

Ogni nuova ricerca nasceva da una domanda diversa.

Ogni volta modificavo una sola variabile e riportavo tutte le altre al livello più semplice possibile.

Era questo il vero segreto.

Se decidevo di usare un oggetto meno odoroso, sceglievo un nascondiglio facilissimo.

Se aumentavo la distanza, lasciavo il nascondiglio completamente aperto.

Se rendevo più difficile il nascondiglio, usavo un oggetto molto evidente dal punto di vista olfattivo.

Una sola difficoltà nuova.

Mai due insieme.

Le variabili con cui giocare

Con il tempo mi resi conto che la difficoltà di una ricerca poteva essere modificata in moltissimi modi.

Le variabili più evidenti sono l'oggetto, il bersaglio, il nascondiglio, la distanza e l'ambiente.

Poi iniziai a scoprirne altre, molto più sottili.

Il tempo trascorso tra la presentazione dell'odore e la ricerca.

Le distrazioni.

Il vento.

L'umidità.

Le persone presenti.

Il punto di partenza.

Perfino il mio comportamento.

Scoprii, ad esempio, che potevo fingere di nascondere l'oggetto in un punto mentre Red mi osservava. Oppure contaminare volontariamente alcune aree passando vicino a un mobile senza lasciare nulla, aprire un cassetto vuoto o fermarmi davanti a un nascondiglio inesistente.

Non erano trucchi.

Erano modi per insegnargli una competenza fondamentale.

Imparare a fidarsi del proprio naso più che dei miei movimenti.

Anche l'istruttore impara

A un certo punto mi accorsi che non stava migliorando soltanto Red.

Stavo cambiando anch'io.

Ogni ricerca allenava il mio sguardo.

Imparavo a osservare meglio.

A parlare meno.

A riconoscere il momento esatto in cui il cane aveva compreso qualcosa e quello in cui, invece, aveva semplicemente bisogno di un piccolo aiuto.

Fu probabilmente in quel periodo che iniziai a capire cosa significa davvero fare l'istruttore.

Non costruire esercizi.

Costruire apprendimenti.

Quando smisi di progettare esercizi

Dopo qualche mese mi accorsi che non preparavo più esercizi.

Preparavo domande.

"Cosa succede se..."

Cosa succede se cambio soltanto questa variabile?

Cosa succede se aspetto qualche minuto?

Cosa succede se il vento cambia?

Cosa succede se parte da un'altra stanza?

Ogni ricerca diventava una domanda.

E la risposta arrivava sempre dal cane.

Da Red alla Detection Legacy

Negli anni successivi quei giochi continuarono a evolversi.

Prima arrivarono nuovi cani, ognuno con caratteristiche diverse e qualcosa di importante da insegnarmi.

Poi arrivarono i primi allievi.

Successivamente nacque una disciplina sportiva riconosciuta dagli Enti di Promozione Sportiva e dal CONI, che negli anni avrebbe ispirato e influenzato molte altre realtà.

Ma il principio rimase sempre lo stesso.

Osservare.

Capire.

Cambiare una sola variabile.

Ripartire.

Quando iniziai a progettare la Detection Legacy mi accorsi che molte delle prove del circuito affondavano le loro radici proprio in quei pomeriggi trascorsi con Red.

Alcune sono rimaste quasi identiche.

Altre sono cresciute.

Altre ancora sono cambiate completamente.

Eppure, se le si osserva con attenzione, raccontano tutte la stessa storia.

Quella di un cane che, senza saperlo, stava insegnando a un istruttore come costruire un metodo.

Continua il diario

Se questo libro ti ha insegnato qualcosa, spero non sia soltanto quali esercizi proporre.

Spero ti abbia insegnato un modo diverso di osservare il tuo cane.

Da oggi inizia il tuo diario.

Cambia una variabile.

Osserva.

Prendi appunti.

Fai un passo indietro quando serve.

Trasforma ogni difficoltà in un'opportunità.

Festeggia ogni piccolo progresso.

E continua a farti domande.

Se un giorno ti accorgerai di aver modificato un esercizio perché il tuo cane ti ha suggerito un'idea, allora questa appendice avrà raggiunto il suo scopo.

Perché, in fondo, è proprio così che è nata anche questa.

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