L’acqua secondo me - riflessioni di fine seminario

Questo fine settimana a Rossobranco un weekend con Andrea Schiavon sul'acqua

Ci sono cani che sabato mattina hanno guardato la piscina come si guarda qualcosa di profondamente sospetto.

E, a dirla tutta, avevano anche le loro ragioni.

L'acqua non si annusa bene. Non lascia tracce. Non racconta chi è passato prima. E soprattutto non si lascia controllare.

Per questo, quando sento qualcuno dire che un cane "ama l'acqua", aspetto sempre qualche minuto prima di credergli.

Questo fine settimana a Rossobranco sono passati cani da caccia, Australian Shepherd, Border Collie, Pastori Grigioni, Weimaraner, Rhodesian Ridgeback, Bracchi, Vizsla, Pastori Belga, Lagorai e meticci. Alcuni alla prima esperienza. Altri già più consapevoli del contesto. E si vedeva. Si vedeva subito chi cercava risposte e chi stava ancora formulando la domanda.

Forse è anche per questo che il seminario “L’acqua secondo me”, condotto da Andrea Schiavon, continua a richiamare persone con sensibilità molto diverse tra loro. Perché alla fine, anche quando si parla di nuoto, immersioni o gestione in piscina, il tema vero non è mai soltanto l’acqua.

È la relazione.

Andrea lavora da più di trent’anni con i cani. Allievo di Vittorino Meneghetti, ha scelto presto di specializzarsi in un elemento preciso, quasi esclusivo: l’acqua. Non come esercizio tecnico, ma come ambiente di comunicazione.

Sabato mattina il lavoro è iniziato senza lunghe introduzioni. Poche parole, poi subito in campo.

Un cane alla volta. Un binomio alla volta.

Nessun protocollo identico. Nessuna sequenza standard.

Perché ogni cane porta dentro una storia diversa, e ogni umano porta dentro un’idea diversa di cosa significhi “entrare in acqua”.

Il lavoro di Andrea è diretto. Essenziale.

Non si tratta di convincere il cane. Non si tratta di spingerlo dentro l’acqua. Non si tratta di “farlo fare”.

Si tratta di costruire competenza nel cane e chiarezza nell’umano.

Poi, a un certo punto, lasciare che accada una scelta.

C’è una scena che ritorna spesso quando si osserva questo tipo di lavoro.

Un cane fermo sul bordo. L’acqua davanti. L’umano poco più in là. Il cane guarda. Si ferma. Riguarda il suo riferimento. Poi di nuovo l’acqua.

Non è un momento spettacolare. È un momento lento. Quasi pesante. E proprio per questo è importante. Perché in alcuni casi il cane decide di entrare non per inseguire qualcosa, ma per avvicinarsi a qualcuno.

Non c’è gioco usato come esca. Non c’è premio che venga agitato per attirarlo.

Il premio è già presente.

È la vicinanza.

È la sicurezza del riferimento umano.

E quando succede, non è mai un gesto isolato del cane. È un gesto di squadra.

Sabato pomeriggio il lavoro si è spostato sulle attività di socializzazione in acqua. Una delle parti più interessanti del seminario.

Cani che a terra avrebbero probabilmente mostrato dinamiche molto più tese, in acqua si sono trovati a gestire la relazione in modo diverso.

L’acqua cambia la velocità delle cose. Riduce l’impulsività. Costringe a una lettura più attenta dello spazio e degli altri.

Non risolve i problemi.

Li rende leggibili.

La domenica il lavoro è proseguito con la stessa intensità.

Attività individuali al mattino. Poi classi di comunicazione in acqua, scambi tra cani, richiami con più soggetti liberi e momenti di gestione collettiva.

Qui emerge un altro aspetto interessante.

Non è il cane singolo a fare la differenza.

È la qualità del contesto.

Un gruppo può diventare confuso o estremamente funzionale a seconda di come viene guidato.

E in acqua, questo diventa ancora più evidente.

Ogni micro-movimento ha un peso diverso. Ogni esitazione si amplifica. Ogni decisione è immediata.

Verso la parte finale del seminario si è accennato anche al recupero comportamentale attraverso il lavoro in acqua. Un ambito complesso, che non può essere ridotto a una tecnica unica, ma che apre possibilità interessanti proprio per la natura dell’ambiente.

L’acqua non punisce. Non accelera. Non forza.

Obbliga a rimanere presenti.

A osservare.

A scegliere tempi diversi.

Ma forse, più di tutto il resto, quello che rimane dopo due giorni non sono le esercitazioni.

Sono le immagini laterali.

Un cane che, dopo un attimo di esitazione, decide di entrare.

Un umano che impara a restare fermo invece di insistere.

Uno sguardo che cambia nel momento esatto in cui qualcosa diventa comprensibile.

Piccole cose.

Quasi invisibili se non si è abbastanza vicini.

Rossobranco, per due giorni, è stato questo: un luogo in cui le relazioni si sono rese visibili attraverso l’acqua.

E quando il campo si è svuotato, la piscina è tornata ferma.

Ma non identica a prima.

E nemmeno tutti quelli che l’hanno attraversata.

Un ringraziamento ad Andrea Schiavon per la competenza, la chiarezza e la capacità di lavorare senza mai perdere di vista il singolo binomio.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti che hanno scelto di esserci, mettersi in discussione e lavorare dentro un contesto non semplice.

E un ringraziamento particolare ai corsisti del percorso annuale di Andrea, la cui presenza ha reso ancora più solido il clima di lavoro e osservazione condivisa.

Il resto, come sempre, non si scrive tutto.

Si vede solo se si era lì.

— R.B.

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