L’altra sera è successa una cosa molto normale.

Una persona arriva in campo, mi saluta, e prima ancora di iniziare mi racconta che il cane, rimasto solo a casa, è riuscito a rubare del cibo. Non lo dice ridendo.

Lo dice con quella miscela di fastidio e stanchezza che tutti conosciamo. Perché il problema non è il panino sparito. È la giornata. È il periodo. È il sentirsi già un po’ pieni.

E diciamocelo: quando succedono queste cose, il cane diventa il bersaglio più facile. Non perché non gli vogliamo bene. Ma perché è lì.

Io ascolto. Non c’è molto da dire in quei momenti. Annuisci, capisci, perché in fondo ci siamo passati tutti.

Poi iniziamo.


In quel momento ho fatto una scelta.

Non è stata una decisione studiata a tavolino. È il mio modo di lavorare. È quello che insegno anche nei corsi per educatori e istruttori: prima si guarda lo stato del binomio, poi si decide cosa fare.

Quella sera non aveva senso partire subito con il cane guidato dal suo proprietario. Quando sei arrabbiato con qualcuno, allenarti con lui non è mai una grande idea. Vale per le persone, vale per i cani.

Così abbiamo cambiato un po’ l’ordine delle cose. Il cane ha lavorato, ma guidato da un istruttore. Il proprietario ha osservato, è rimasto dentro l’attività, ma senza dover gestire tutto immediatamente.

Non era una punizione. Non era un messaggio nascosto.

Era semplicemente la cosa giusta da fare in quel momento.

Alla fine della lezione hanno fatto una ricerca insieme.

Ed era diverso.

Non perfetto. Non spettacolare. Solo diverso.

Più pulito. Più leggero.


Quando entriamo in campo arrabbiati con il nostro cane, lui lo sente. E l’allenamento rischia di diventare un posto in cui cerchiamo di compensare qualcosa che è successo altrove.

Il cane che ha rubato il cibo non stava sfidando nessuno. Stava solo facendo il cane.

E la persona che si è arrabbiata non stava sbagliando. Stava solo vivendo un momento complicato.

Forse il punto non è evitare che succedano queste cose. Forse il punto è scegliere cosa farne quando arriviamo in campo.


A fine serata ci siamo parlati. Con calma. Senza drammi.

E la sensazione, andando via, era diversa da quella dell’arrivo. Questo per me conta.

Perché l’allenamento non serve a dimostrare che siamo bravi. Serve a rimettere in asse la relazione quando si è un po’ inclinata.

Tutto qui.

E se questo pezzo lo stai leggendo, sai che non è un rimprovero. È solo un promemoria gentile.

Per te. Per me. Per tutti quelli che qualche volta arrivano al campo con un panino rubato ancora sullo stomaco.